Twitter e linguaggio: il caso scatenato da Michele Serra

Ha scatenato il proverbiale vespaio il corsivo scritto da Michele Serra qualche settimana fa, contenente una riflessione sull’uso di twitter e che terminava con la frase lapidaria (in perfetto stile twitter, com’era tra l’altro l’intento di Serra) “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non twitto…”.

Le accuse di ogni tipo al giornalista non si sono fatte attendere più di tanto, com’era anche logico aspettarsi. Innanzitutto, dovendo esprimere un’opinione a riguardo, devo ammettere che forse non sarò più di tanto imparziale, dato che su quello che scrive Serra (e su COME lo scrive, un dettaglio da non sottovalutare parlando di questo argomento) sono d’accordo spesso e volentieri. Ma proverò a guardare le cose da diverse prospettive.

serra su twitter

Innanzitutto, mi sento di dire che Serra non è un luddista né un passatista: scrivendo quello che ha scritto non voleva mettere in croce il fringuello blu, ma semplicemente mettere in luce alcuni limiti che il mezzo twitter ha. In un articolo pubblicato qualche giorno dopo il corsivo di cui sopra, Serra ha ribadito l’importanza di twitter, dei social e di internet in generale nella nostra società, e ha sottolineato come il suo intervento era più che altro una riflessione sull’uso della parola e il modo di comunicare nella nostra società e nella nostra epoca.

In secondo luogo, vorrei sottolineare che la già citata frase con cui Serra ha concluso il suo intervento, e che è stata ripresa da altri giornalisti e da molte persone comuni, è stata male interpretata. Ed è proprio qui che sta il nocciolo della questione, a mio parere: perché quella frase arrivava alla fine di un ragionamento (una parola chiave in quello di cui stiamo parlando) molto più ampio, e riguardante l’impossibilità, data la natura stringata dei commenti che si possono lasciare in twitter, di dar vita ad una discussione dialettica, fatta di sfumature, risposte, controrisposte esaurienti e non solo di slogan e frasi lapidarie. “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non twitto”, in altre parole, era una sorta di provocazione con la quale Serra voleva far capire (secondo me riuscendoci) come il numero limitato di caratteri dei tweet non sempre basta a dar forma ai nostri pensieri e ragionamenti, e riduce tutto a un “mi piace” o “non mi piace”, senza possibilità di sfumature e, di conseguenza, storpiando quello che in realtà vorremmo esprimere.

Una delle obiezioni mosse dai contestatori di Serra si basa sull’assunto per cui Twitter è un mezzo che serve a determinati scopi (scambiare link e informazioni, esprimere dei pareri) e non ad altri (approfondire determinati argomenti di carattere culturale, per esempio), e su questo mi trovo senz’altro d’accordo: Twitter può essere utilissimo per determinati scopi e in quanto mezzo di libera espressione, ma bisogna avere la consapevolezza che anche questo mezzo ha i suoi limiti. Non demonizzarli quindi, ma neanche vedere nei social un deus ex machina della comunicazione.

comunicazione

Tutto apposto quindi? Non proprio. Perché secondo me non si tratta solo di operare delle distinzioni tra ciò che su twitter si può o non si può fare. Tutto questo polverone non può non accendere anche un’altra lampadina nella nostra mente: c’è infatti anche un altro discorso da fare, che riguarda più specificatamente il linguaggio, la cosa che maggiormente ci distingue in quanto esseri umani. Perché la lingua è la nostra casa, è quello che siamo, e perché il modo in cui parliamo non è meno importante di quello che diciamo: il WIE (il come), mi ha ripetuto all’infinito la mia professoressa di letteratura tedesca, è importante quanto il WAS (il cosa). Quello che non sai dire, o scrivere, non lo sai nemmeno pensare, e se non sai dire – o twittare – nient’altro che slogan, frasi fatte e concise che non lasciano spazio alle sfumature del ragionamento e all’apertura ad una discussione costruttiva, allora significa che forse la tua mente non la stai usando davvero. Perché se è vero, da una parte, che la concisione e la capacità di sintesi sono delle ottime qualità, d’altro canto è vero che certi argomenti necessitano di approfondimento e quindi di tante, tante parole.

Con questo non voglio dire che la stringatezza di Twitter ci stia portando a grandi passi verso uno scenario orwelliano in cui una neolingua iper-semplificata annichilirà la nostra mente e il nostro pensiero critico, ma certamente, vista la diffusione e la popolarità crescenti di questi nuovi mezzi di comunicazione, non possiamo non cominciare a porci delle domande su come il nostro modo di comunicare ed esprimerci potrebbe cambiare. E più in generale, mi piacerebbe che a volte, quando qualcuno mette l’accento sull’importanza delle parole e del linguaggio, e sul desiderio di difenderli e preservarli, questo qualcuno non venisse liquidato semplicemente come una persona un po’ snob e incapace di stare al passo con i tempi.

Scritto da    |   aprile 3rd, 2012   |   1 Commento
Francesca Tessarollo

One Response to Twitter e linguaggio: il caso scatenato da Michele Serra
  • Serena Rigato scrive:

    Cara Francesca,
    sono più che d’accordo con quello che scrivi anche se, mio malgrado -per mancanza di tempo e a volte anche di voglia- sono la prima che sia nello scrivere che nel parlare utilizza le classiche “frasi fatte” o abbreviazioni, frutto di una comunicazione decisamente di stampo 2.0!
    Per fortuna ci sono persone come Serra (e come te, con questo post) che ci ricordano come la ricchezza del linguaggio ed il MODO il cui ci esprimiamo siano l’essenza della nostra lingua e quindi anche di noi.

    Grazie

Lascia un commento