Caro Babbo Natale, in allegato a questa e-mail trovi la lista dei regali che vorrei per questo Natale 2011…

Ieri sono stata a pranzo dai miei genitori dato che il pranzo domenicale è da anni un must nella mia famiglia e precisamente è iniziato l’anno in cui il più grande dei miei fratelli si è sposato ed è uscito di casa. Negli ultimi anni il pranzo della domenica ha assunto un significato ancor più “rituale” dato che tutti noi fratelli viviamo fuori casa ed in paesi diversi, quindi la domenica è effettivamente l’unico giorno in cui la famiglia si riunisce tutta insieme: genitori, figli e nipoti.

Proprio ieri è successo un fatto che mi ha un po’ lasciata quasi basita: il più piccolo dei miei nipotini, che ha solo 3 anni mi ha chiesto se poteva usare il mio cellulare per giocare; suo fratello che è più grande ed ha quasi 7 anni me lo chiede spesso ed- anche se sono sempre un po’ restia perché non ha ancora afferrato benissimo il concetto di “TOUCH screen” (nel suo caso si potrebbe parlare di PUNCH screen)- ogni tanto glielo lascio usare. Solitamente quando me lo chiede lo usa soprattutto giocare con delle applicazioni di guerra, dei Simpson, di sport …

Ieri comunque più che dal fatto che anche il piccolo mi avesse chiesto il cellulare(il che sarebbe stata una cosa abbastanza normale visto che ogni tanto vede il fratello maggiore che lo prende per giocare), sono rimasta colpita da COSA ha fatto con il mio cellulare. Per farla breve i giochi non li ha neanche nominati, mi ha chiesto di insegnargli come fare le foto, se col cellulare potevo trovargli delle favole nuove e mi ha chiesto di guardare al cinema a che ora erano gli spettacoli del cartone animato del momento.

Sono rimasta quindi stupita del fatto che un bambino di 3 anni fosse così informato sulle funzioni di uno smartphone e che fosse poi così abile nell’imparare immediatamente come utilizzare le applicazioni. Lungi da me dare qualsiasi tipo di giudizio sul fatto che permettere ai bambini di utilizzare cellulari, computer o altri strumenti con connessione alla rete sia giusto o no.

Questa mia piccola esperienza personale mi ha fatto però venire voglia di informarmi sull’argomento ed ho quindi scoperto che sono stati fatti molti studi in materia e i ragazzi che oggi hanno 5-6 anni vengono definiti nativi digitali dato che sarebbero venuti in contatto, sin dalla loro nascita, con le tecnologie ed avrebbero quindi sviluppato una capacità di utilizzo, comprensione e un intuito maggiore rispetto alle generazioni precedenti, in materia di tecnologie; l’utilizzo di vari tipi di strumenti tecnologici (cellulari, iPad, personal computer, webcam, fotocamere digitali, televisori ecc.) in giovane età favorirebbe infatti l’attivazione di aree cerebrali differenti che aiuterebbero quindi a velocizzare il processo di conoscenza e di assimilazione del funzionamento degli stessi. I migranti digitali sarebbero invece quella categoria di persone più grandi (a grandi linee i nati dal 1980 – quindi mi ci metto dentro tranquillamente anche io) che hanno vissuto l’apprendimento degli strumenti tecnologici come una scelta imposta –se vogliamo- necessaria per stare al passo con il mondo, che progressivamente sfornava novità nel campo dell’informatica, dei televisori e dei cellulari.

Il tipo di cambiamento avvenuto nell’ambito dell’apprendimento infantile sta portando certamente, anzi si dice che abbia già portato ad un cambio radicare dell’approccio dei ragazzi nei confronti della scuola e della vita quotidiana in generale. Un ragazzino che a casa è abituato ad utilizzare in maniera in controllata cellulari pc ed altri strumenti tecnologici, probabilmente nel momento in cui verrà introdotto in un ambiente scolastico- ambiente che in Italia è ancora legato a filo doppio ad un insegnamento di stampo decisamente tradizionale- davanti al classico libro di testo di storia, avrà una reazione decisamente diversa a quella che aveva il migrante digitale e probabilmente sarà una reazione di noia.


Cbambino al telefoninoosa fare a questo punto? Basta ribaltare il processo di apprendimento, dicono gli esperti; quindi, come ai migranti digitali si insegnava ad adattare la propria mente al funzionamento delle apparecchiature tecnologiche, così adesso si dovrebbe fare -nelle scuole- con i nativi digitali: paradossalmente sono i migranti digitali che devono fornire ai nativi digitali la giusta chiave per mettere in contatto il modo di pensare da loro sviluppato (grazie alle tecnologie) con i tradizionali canali di apprendimento.

Serena Rigato

Scritto da    |   novembre 29th, 2011   |   Nessun commento
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